MAMMUTH NELLA NEBBIA

Alvise sa di essere ad Arsego. Non riconosce la cittadina guardando dai finestrini ma il computer di bordo della sua Audi A16 gli dice che il luogo in cui si trova ora è proprio quello, Arsego. Fuori vedo solo grigio, misto di nebbia e smog.

Radio Veneto Tre – Giornale Radio.

Le notizie di lunedì 6 dicembre 2027 .

Trentaseiesimo giorno di smog nella pianura veneta.

Il ministro Zaio incontra il governatore Brugniro per il piano dell’autonomia della regione.

Il FAI chiede che i centri storici delle città venete diventino patrimonio dell’umanità.

Pronto il referendum per fare diventare Venezia frazione di Mestre.

Inaugurato a Legnago la prima zona industriale continua, che riunisce in unica entità i vari capannoni industriali dal centro della bassa veronese sino a Casaleone.

Per lo sport pronto il progetto del nuovo palazzetto dello sport e dello stadio di calcio a Fusina.

Direzione Villa del Conte, velocità 15 km/h. La nebbia si dirada un po’. Alvise vorrebbe abbassare un finestrino e sentire dell’aria fredda, ma sa che sarebbe una cosa stupida. Quella che si trova nel bagagliaio su due bombole e che coimbenta la sua auto è più sana di quella che c’è fuori. Riesce ad intravedere un po’ i contorni degli stabili che sono ai suoi lati. Lentamente scorrono Srl, Spa, Snc, Coop, Fresatura, Tornitura, Meccanica, Riduttori, senza un’interruzione. Ricchezza e bruttezza assieme.

In pianura padana nebbia e smog a livelli critici per il 36esimo giorno consecutivo. Già scattati da giorni i piani per il divieto di circolazione totale per gli autoveicoli di tipo Euro 6 ed Euro7. Le caldaie di vecchia generazione spente in tutti i condomini e multe salate ai trasgressori. La Regione Veneto pronta con il piano per il blocco totale del traffico.

L’auto si ferma di nuovo, avanzata di 365 metri appena. Alvise si accascia sul volante e con la fronte dà qualche colpetto allo sterzo, poi si raddrizza. Di fronte a lui una Range Rover ultimo modello che occupa tutta la corsia di marcia ed immagina che dentro quello spazio enorme ci possa essere Ruggero, da solo, mentre discute animatamente su Sociagram con qualcuno sul Milan.

Il ministro degli Interni Zaio incontra oggi al Ministero a Roma il governatore Brugniro per concordare la road map per l’autonomia federale del Veneto. “Sto portando a termine l’ impegno che mi sono preso dopo il referendum del 2017, per un Veneto Autonomo in un’Italia Federale” ha dichiarato il ministro. “Non voglio concedere”, ha proseguito, “una autonomia come quella dell’Emilia Romagna, ottenuta 5 anni fa, perché in quella regione i cittadini non sono stati chiamati ad una consultazione popolare”.

L’auto è ferma. Motore e luci accese. Di fianco a sé, nell’altra direzione di marcia, intravede nella nebbia un pick up enorme, nero. La guida una donna con gli occhiali, in tinta con il furgone. Capisce che deve avere il bambino seduto nei sedili posteriori perché parla allo specchietto retrovisore. Starà portando il figlio a Padova pensa; in questa zona tutte le scuole sono composte solo da figli di immigrati. Alvise la guarda mentre parla allo specchietto retrovisore mentre nel contempo si sistema le sopracciglia e si chiede se arriverà in tempo per la campanella della scuola.

I centri storici delle città del Triveneto, su proposta del FAI, patrimonio dell’umanità. Questa l’iniziativa per preservare e conservare le bellezze architettoniche delle nostre città. “Troppi gli scempi perpetrati da impresari edili interessati solo al tornaconto economico, in collusione con chi dovrebbe governare le città” le parole del segretario nazionale FAI Giuseppe De Marchi. “Vogliamo una protezione sovranazionale delle nostre opere, della nostra cultura, delle nostre bellezze, in modo da bloccare ogni scempio. Chiediamo quindi all’Unesco il riconoscimento di 23 città trivenete come patrimonio dell’umanità”.

L’altra corsia si muove, il pickup passa ed avanzano altre auto mastodontiche, ma quasi tutte con una sola persona dentro. Alvise le osserva e si rivede; si chiede che senso abbia questa grandezza.

Finita la raccolta delle firme nel comune di Venezia per far diventare Mestre il capoluogo. Il comitato Mestre al Centro dichiara di aver raggiunto il quorum per indire un referendum nel comune per far morire il comune di Venezia e far nascere il comune di Mestre. Il rappresentate del comitato Adriano Vianello ha dichiarato: “Si sa che Venezia è conosciuta il tutto il mondo, ma oramai è abitata stabilmente solo da qualche migliaio di persone, perlopiù anziani, mentre Mestre ha le dimensioni di una media città europea. Non ha più senso dichiararla frazione, semmai lo deve essere Venezia, diventata una città morta simile a Pompei. Anche Mes… “

Il flusso delle notizie si interrompe e parte lo squillo di una telefonata in arrivo. Alvise guarda il display e legge il nome di Simona.

“Pronto?”

“Ciao Simona”.

“Dove sei?”

Alvise si guarda attorno e sorride: “Arzignano? Casale? Arsego? Pegolotte di Cona?”. Quest’ultimo nome lo scandisce bene, sottolineandolo.

“Dai … non fare lo scemo… rispondi”.

“Ti sto rispondendo. Sono luoghi tutti uguali: nebbia, capannoni grigi, campagne umide, smog. Un posto vale l’altro”

“Allora cambio la domanda. Quanto distante sei da me?”.

Alvise visualizza le labbra di Simona, i suoi occhi, il suo collo.

“Sono fermo in coda” dice dispiaciuto con un tono sommesso.

“Sono sola qui in villa… e sai che da me in collina la nebbia non arriva mai. Vedresti i colori e non solo il grigio”.

Lui si accascia sul volante ed inizia a sbattere la testa come aveva fatto prima.

“Che rumore è questo? Cosa stai facendo Alvise?” chiede lei.

“Nu-Nulla.. “ si sbriga a dire velocemente mentre si ricompone. “Sono verso Villa del Conte da qualche parte”. La macchina avanza.

“Stai andando in ditta da lui?”

Alvise sa che Simona capisce tutto. E che è inutile nascondergli le cose; molto più semplice dirgli la verità. “Sì”

“Perché?.. Ti avevo chiesto di non lavorare per lui”.

Alvise sente un fuoco crescergli dentro. “Perché ho bisogno di lavorare! Di soldi!” dice alzando la voce. “Cosa credi che questo bestione che guido, l’appartamento a Bassano e le altre cose, non abbiano un costo?”

“Alvise. Non dirmi così. Ti avevo detto cosa fare”.

Il motore aumenta i giri, ingrana la seconda marcia. Finalmente.

“Accettare la tua rendita?” risponde Alvise.

“Non lo era!” urla Simona questa volta. “Era un lavoro ben retribuito, un progetto che poteva durare per diverso tempo presso un’azienda solida”.

Alvise sa che ha ragione, che il suo orgoglio maschilista gli ha fatto rifiutare un bel lavoro oltre che ben retribuito. E lo sa anche lei.

“Hai rifiutato una buona opportunità. Anche se io non lavoro più riconosco ancora le persone che valgono e da valorizzare. Ma tu hai scelto diversamente”. Sottolinea quel tu come per rimarcare la scelta stupida che ha fatto. “E guarda quel rifiuto dove ti ha portato: a lavorare per lui”.

“Paga bene anche lui”. Dice le cose ma si sente stupido. Dovrebbe pesare le parole prima di dargli voce.

Il silenzio cala nell’abitacolo. L’Audi avanza, davanti nella Range quello che dovrebbe essere Ruggero si sta agitando come se stesso litigando con qualcuno. Ma è da solo.

Come Alvise adesso.

“Scusami Simona” riesce a dire.

“Ti controllerà in questo modo Alvise”.

Solo silenzio.

“Lascialo perdere, troverai una soluzione. Vieni da me”.

Le sue gambe, i suoi fianchi, i suoi seni, la sua anima. Alvise vede tutto.

Gira a destra per una strada, accellera violentemente, il booster entra in funzione. Vede poco davanti a sé ma non se ne cura. Destra, Destra, Sinistra. Da un momento all’altro potrebbe schiantarsi. O vorrebbe.

Frena di colpo, ruote bloccate. Si ferma pochi centimetri da una ringhiera. In alto risplende una insegna luminosa che irradia la scritta “SecurityControlSrl” nel grigiume.

“Vieni da me” ripete Simona dagli speaker.

Alvise spegne il motore, depressurizza l’abitacolo, si prepara la maschera. Inizia a piangere in silenzio.

“Ciao Simona” dice prima di riagganciare.

Scende dall’auto. Guarda in alto il capannone grigio.

Nella sommità si intravedono le antenne. Alcune finestre sono illuminate.

Entra in azienda e chiede di lui alla segretaria dietro al desk.

“Il proprietario el sé drio aspettarlo di sopra da 45 minuti” le dice.

“Una coda immane”.

“Poteva partire prima. Sa che non è bello farlo ‘spettare”.

Alvise non lo dice ma pensa che la segretaria certi commenti potrebbe risparmiarseli.

“E comunque nol sé queo el modo di frenare. E’ da maleducato”.

Sale le scale, bussa ad una porta. Una voce maschile gli dice di entrare.

Lo vede seduto dietro la scrivania. Si guardano.

“Buongiorno”.

Lui non dice nulla, lo fissa.

“Ho trovato coda” cerca di giustificare Alvise.

Lui si alza, gira attorno alla scrivania e gli si pone davanti. Senza mai distogliere lo sguardo.

“Hai fatto bene a rifiutare l’invito di Simona”.

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VA TUTTO BENE…

Mio padre è morto dieci giorni fa, a due mesi esatti da quella di mia madre.

Non ho fatto in tempo ad elaborare la prima assenza che è arrivato un altro potente colpo. Molto potente.

Mi sono ritrovato con un dolore che so che si deve esprimere. Ho passato giorni di confusione, di fatica, in cui mi sono chiesto cosa stessi facendo.

Il culmine martedì, in cui il pianto usciva facile. Sino a che, finalmente a casa e da solo, ho pianto come non mai, tanto da rompermi dei capillari.

Quel giorno è successa una cosa che solo ora forse valuto nella sua portata, visto che al momento in cui è accaduta l’ho giudicata come una allucinazione dovuta al mio stato.

Una canzone di Cremonini con le sue note e con le sue parole mi aveva toccato molto; l’ho ascoltata in continuazione, piangendo. Ad un certo punto la mia mente ha visto mia madre che mi cingeva le spalle. Era lei alla mia età attuale, un maglione rosso, rossetto dello stesso colore sulle labbra, occhiali. Mio padre c’era, ma era dietro di lei e non definito.

Io sgorgavo lacrime che cercavo di trattenere. Però lei mi ha rassicurato, mi ha detto che andava tutto bene, come fa una madre con il suo bambino piccolo, quello che mi sentivo io in quel momento.

Mi ha anche detto che loro stavano bene, che non mi dovevo preoccupare. Sono stati con me alcuni minuti.

Sono passati dei giorni da quel momento di dolore intenso.

Forse erano allucinazioni, non c’è una logica. Ma sto iniziando o a capire che un contatto con loro comunque ci sia stato. Perché dopo quel giorno io sono molto più tranquillo e non ne ho un motivo.

Anche se piango ogni tanto al ricordo di loro due, anche se il dolore fluttua, anche se so che avrò altri giorni brutti, io sono tranquillo.

Perché so che stanno bene.

Me lo hanno detto MeMare e MePare.

 

The House in The Middle of the Street

La via è simile a tante altre. Lunga, asfaltata e sui due lati si affacciano case, quasi tutte singole, ad uno o due piani.

Edilizia anni 60, disegnate da geometri e costruite quasi tutte direttamente dai propietari.

Si davano una mano l’un con l’altro nel costruirle; un giorno un muro da Sandro, quello successivo il tetto da Sergio. Sino alla conclusione.

Erano l’Italia del boom, l’Italia in cui una stretta di mano valeva un contratto, ed andava rispettata. Una volta ho conosciuto il proprietario di una rivendita di materiale edile. Mi disse che in quegli anni chi si costruiva la casa andava da lui a chiedere i mattoni, la calce, la malta. E poi ogni settimana, in bici, tornavano per pagare la quota rateizzata che veniva concordata e che nessuno, proprio nessuno, non manteneva fede ai propri impegni. Senza una firma, senza un contratto, solo sulla parola, ripettando il proprio onore.

Fu dopo, con l’arrivo delle imprese edili, che lui ci rimise soldi. Non con quegli operai che uscivano dalle fabbriche di Marghera o di Mira, ed andavano a casa a costruirsela.

La via però ha una caratteristica. A metà l’asse stradale, chissà per quale motivo, si sposta di qualche metro in senso parallelo a destra rispetto a quello precedente. I due pezzi sono uniti da una piccola curva ad ‘esse’.

Di fatto però la strada è divisa in due, da quelli che la abitano all’inizio, rispetto a quelli che la abitano dopo la curva. Tanto basta per creare due comunità. A dimostrazione che certe volte è la geografia del luogo che crea la società.

A meta del secondo pezzo c’è una casa ad un piano; un corridoio di entrata alla cui fine si trova la stanza del bagno. Sempre sul corridoio si affacciano 4 porte, due per lato. A destra prima la camera da letto dei genitori, poi quella dei figli.

A destra la sala da pranzo, poi la cucina.

Ma era la posizione strategica che la rendeva particolare;  a metà del secondo pezzo di via. Ed era dove molte persone affluivano per ritrovarsi, per chiaccherare, tutto confluivano lì.

I bambini del tempo giocavano lì davanti: pallone, nascondino, pallavolo. Tutto quello che una banda di ragazzini potevano realizzare in quegli anni ’60 e ’70.

E le mamme stavano lì a guardarli ed a parlare tra loro. A metà della via.

Solo che poi i ragazzini sono cresciuti, sono andati via da quel posto, c’era il mondo da scoprire.

Ma i genitori sono rimasti lì. Ed hanno continuato a confluire a metà della via. A parlare, a chiaccherare, a bere caffè, ad aiutarsi, a vivere assieme.

Per più di 60 anni quella casa è stata vissuta, da chi l’abitava, dagli altri che la frequentavano.

Tra poco sarà chiusa. L’ultimo abitante l’ha lasciata. E tutta la strada è in lutto, perché era al centro delle  vite di molti di loro.

La vita intanto  va avanti. Sempre avanti.

Ma dimenticare quel pezzo di strada, quella casa, quelle persone…. Mai…Mai e poi MAI

 

RESPIRO

Il Figlio presta attenzione al respiro del padre, volgendo la schiena al letto di ospedale dove è steso.

Re spi ro. Re spi ro.

Guarda fuori dalla finestra, con la fronte appoggiata al vetro e vede la vita proseguire: le auto passano, sul campo da calcio in fondo una partita è in corso ed i tifosi urlano.

Re spiro. Re spiro.

Nella stanza invece tutto è sospeso, nell’attesa che qualcosa accada.

RepiroRespiro

Il cellulare suona: gli comunica il risultato finale della partita dello Fc StPauli della 2 Bundesliga tedesca.

Subito dopo un altro rumore; una mail con le offerte di Amazon.

Reeeeespiro. Reeeeespiro.

Il Figlio nota che quelle cose in altre occasioni lo interesserebbero ma ora gli danno fastidio. Vorrebbe che ci fosse una modalità nuova di utilizzo dello smartphone. Quella chiamata Lutto.

Respi ro. Respi ro.

La vorrebbe attivare ora per chiudere le comunicazioni a tutti i suoni derivati da cose futili.

E che faccia passare solo le parole che servono.

Rspro. Rspro.

Il Figlio si siede sulla sedia che si trova accanto al letto, chiude gli occhi e si allunga. Ma continua a seguire il suo ritmo.

Reeeeeespiiiiiiiirooooo. Reeeeeespiiiiiiiirooooo.

E si chiede quale sia…

È questo?

Questo?

O questo?

Quale sarà il respiro che lo farà diventare un orfano?

INCIPIT

Michele apre la porta dello spogliatoio ed entra lasciando fuori tutto.

Si posiziona al centro, attorno a lui le panchine e gli appendiabiti con appoggiati indumenti e borse. Di Alberto, di Giulia, di Daniel, di Dade, di tutti gli altri.

Attraverso i finestroni in alto vede il sole di inizio giugno allo zenit del giorno; gronda sudore, la polo che indossa ne è fradicia ed il caldo della stanza non fa che aumentare il suo disagio.

I muri dello spogliatoio, che si trovano sotto le tribune del palazzetto, stanno vibrando dei salti, dei festeggiamenti, delle urla di gioia dei tifosi della squadra che ha vinto il titolo. Avverte che i sostenitori dell’altra non si sentono ed immagina stiano rincuorando i giocatori sconfitti.

Non vede queste scene ma sa che stanno accadendo, perché da quando esiste lo sport succede così: una parte vince e l’altra perde, una festeggia e l’altra si dispera.

Sente tutto il rumore che quella cassa di risonanza amplifica. Ascolta, ma non pensa a nulla, non ha pensieri; nella mente e nell’animo un’enorme schermo bianco.

Resta immobile e si sorprende di essere in quello stato.

Chiude gli occhi, allunga la schiena, una vertebra alla volta, espira forte, le braccia lungo il corpo, tende i muscoli delle cosce; è dentro al momento ma lontano da esso.

Di colpo molla la tensione, si abbassa, carica il corpo di potenza, si giro di scatto, alza il braccio destro con il pugno chiuso, disegna nell’aria un arco e sferra un colpo violento alla superficie soffice del lettino dei massaggi.

Poi un altro.

Ed un altro ancora.

Con tutta la potenza che possiede, con la voglia di scuotersi, con la rabbia di anni.

La gomma piuma attutisce il rumore dei colpi potenti ma i pugni non hanno lo scopo di spaccare, ma bensì di liberare.

Si ferma, si ricompone, torna calmo, regolarizza il respiro, lentamente torna diritto, mette le mani sui capelli bagnati e per la prima volta ascolta i battiti veloci del cuore. Resta così, in quella posizione, cercando di capire cosa prova, spalle ai finestroni ed al sole, ad occhi chiusi.

Avverte alzarsi un sentimento di liberazione, la fine di qualcosa e l’inizio di altro.

La porta si apre, lui sposta la testa, solleva le palpebre e vedo Dario.

“Sapevo che ti avrei trovato qui Michele” gli dice.

Lo guarda ma resto in silenzio.

“Torna in campo dai ragazzi. Stai con loro”.

“Dammi una sigaretta Dario”.

“Tu non fumi Michele”.

“E’ vero. Ma tu dammela”.

“Torna in campo. Più tardi ti faccio fumare”.

Si guardano un attimo, poi entrambi sorridono.

Michele esce e si incammina verso il campo ridendo e cercando di immaginare a come più tardi possa riuscire a fumare.

RICONOSCERSI

Entra nella stanza e per un attimo si sorprende; non si aspettava di trovare tutta questa gente alla presentazione del libro.

Trova un posto libero, si siede ed attende l’inizio. Dallo zainetto sfila con cura due volumi che in copertina hanno disegni in cui il nero prevale; gli hanno regalato emozioni forti e li rispetta per questo.

Ha già letto la storia che viene presentata stasera, ma vuole ascoltare la voce e le parole di chi lo ha scritta.

Nell’attesa usa il cellulare, risponde a qualche messaggio, ma presta anche attenzione al movimento che si forma nella stanza; nota che diverse persone si conoscono tra loro, come appertenessero ad un gruppo.

La presentazione inzia con una session musicale di jazz; anche se è cresciuto con musica rock e pop, cerca di sentire quei suoni e si sorprende nell’avvertire l’entrata di quelle note con facilità in sè, trovare spazio e comodità. Si chiede che stato interiore quelle note stiano scoprendo.

I due autori finalmente inizano a parlare ma non riesce a vederli; anche se alcune persone gli coprono la visuale, fotografando e filmando con il cellulare, non si scompone, si concentra sulle voci, sulle parole, sui significati che i due esprimono.

Sulla sedia non sta fermo, trovando sempre posizione strane, ma è il suo modo di prestare attenzione: alla descrizione del protagonista del libro, a quella dell’ambientazione, al passato in che si riverbera nella storia.

Gli piace ciò che udisce, le parole esposte ed i significati; uno dei due autori è molto chiaro e diretto, va subito all’essenzialità mentre l’altro è l’opposto, ampia di più gli argomenti e le motivazioni, senza per questo essere tedioso; semmai fa scoprire nuovi scenari e nuovi orizzonti alla storia che già conosce.

Assieme gli danno un senso di completezza, seppur instabile.

La presentazione continua con altro bel Jazz, altre parole, altre domande, alcune fatte da chi non conosce il libro e giustamente vuole capire meglio; questa è l’occasione giusta per saperlo.

Passa così velocemente più di un’ora, quando di solito altre presentazioni durano molto meno; anche se si vorrebbe continuare a parlare ed a chiedere purtoppo arriva il momento di concludere l’incontro.

Inizia la bella prassi delle firme sul libro, molti si affrettano ad andarne a comprarne una copia per poi avvicinarsi per due parole con gli scrittori ed i successivi autografi.

Riprende in mano le sue due copie consumate dalla lettura e si mette in coda per attendere il suo turno, da ultimo.

Pone un libro, quello che lo ha emozionato di più, per la firma ad uno dei due.

Si presenta.

“Ciao…. Io sono Luigi”.

Vedendo che lo scrittore non cambia espressione, aggiunge il cognome.

Chi sta firmando di colpo cambia espressione, si ferma e capisce chi ha di fronte.

Riconoscersi è tutto a volte.

Ed i sorrisi che seguono sono le cose che ricorderà di più.

ME MAMA…

Normalmente si legge da sinistra a destra in senso orizzontale, poi dall’alto in basso in senso verticale. Questa volta, rispettando il primo, invertirò il secondo; spero di scrivere un pezzo che giorno per giorno allungherò di ricordi e sentimenti, aggiungendoli sempre all’inizio.

Sino alla fine del ricordo….

 

Me Mama si vedeva in tv tutte le previsioni del tempo possibili. Doveva sapere tutto e si intendeva di alte e basse pressioni, di isobare, di venti. Giudicava anche la qualità dei vari canali televisivi: “Queo de Rai3 sè bravo, queo de Antena3 nol spiega ben”. Poi non andava da nessuna parte, ma intando lei era pronta all’eventuale brutto tempo…

Me Mama non amava gli animali domestici. Sebbene fosse una vissuta in famiglia di contadini, e quindi a contatto con varie specie animali, a casa sua non ne ha mai voluto uno. E non voleva nemmeno che vi transitassero, tipo gatto dei vicini…

Me Mama capitava che piangesse. Ed alcune volte a causa mia…

Me Mama era golosa. Alla fine di ogni pranzo amava degustare qualcosa di dolce; a casa sua un panettone c’era sempre, tanto aveva un metabolismo che non la faceva ingrassare. E poi gelati, biscotti. Diceva sempre “Io inizio domani la dieta!” e se la rideva. Ma il suo dolce preferito era la meringata; nelle occasioni in cui si pranzava fuori voleva vedere alla fine se c’era questo dolce, ed in caso affermativo gli si illuminavano gli occhi…

Me Mama era bella…

Me Mama aveva frequentato le scuole sino alle terza elementare; ma ho ereditato da lei la passione per la lettura…

Me Mama rompeva le balle…

Me Mama mi diceve spesso “Te sì un mol-ton”… Proprio  così, con l’intervallo tra la lettera L e la T, come a sottolineare in maniera certa che io appartenessi alla razza caprina… Poi rideva…

Me Mama amava il caffè… A casa la moka era sempre pronta all’uso e carica. Nell’ultimo periodo coscente della sua vita, quando andavo a trovarla, voleva che il caffè glielo preparassi io perché secondo lei era più buono. Ed a me inorgogliva questa cosa…

Me Mama non aveva la patente di guida, si spostava in bici. Dappertutto…

Me Mama leggeva Famiglia Cristiana…

Me Mama faceva un “baccalà in tecia” che per me era poesia. E non potrò più mangiarlo…

Me Mama faceva anche i gnocchi fatti in casa, ma io ero l’unico della famiglia a cui non piacevano…

Me Mama era milanista perché gli piaceva Gianni Rivera, ma quando suo nipote si è professato juventino, ha cambiato bandiera…

Me Mama mi nascondeva la Nutella; ma io la trovavo sempre. Era un modo di crescere anche questo…

Me Mama non è venuta a nessuna delle mie partite di basket in cui io giocavo. Mi lasciava fare…

Me Mama si lamentava sempre dei troppi giornali e libri che leggevo: “Tutta sta polvere!” diceva brontolando…

Me Mama aveva il suo colore preferito, il rosso…

Me Mama non sopportava Berlusconi ed i leghisti…

Me Mama andava in chiesa…

Me Mama era orgogliosa delle sue origini contadine…