ALVISE

Le piccole onde della laguna si riverberano sulla piattaforma e la fanno danzare dolcemente.

Sono seduta sulla panchina in attesa del vaporetto che mi porterà sull’asfalto; luci forti dove sono io ma appena al di là dei vetri c’è buio e solo qualche luce attenuata dalla foschia della stagione fredda.

Una piccola astronave in mezzo al rumore delle onde.

Sono in salvo o sono perduta?

In attesa, di vederlo, di incontrarlo, di incrociare i suoi occhi; non sono mai sicura che arrivi. Io mi alleno in una palestra, lui in quella poco distante, orari coincidenti, ma non è detto che ritorni con il mio stesso mezzo.

Spero che accada?

Non lo so… Non lo so…

Ha molti più anni di me. Molti di più. E’ sposato. Ma io lo stesso spero che arrivi. Per perdermi.

Alvise, fa in modo che non faccia tardi, che venga. Ti prego.

Voglio vedere il suo sorriso, sentire la sua boria, sentire le sue scemenze, voglio sentirmi bene.

Anche se magari dirò poche parole, forse nessuna. Che parli lui al posto mio.

Un ombra si avvicina ed io sono perduta ed in salvo nello stesso istante, perché la riconosco.

Vorrei staccare la piattaforma dagli ancoraggi, spegnere le luci, isolarla dal mondo.

In mezzo alle onde. Nessuno si avvicini.

Che il vaporetto non ci veda e non si fermi.

Io e lui. Solo io e lui. Nella nostra astronave.

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