INCIPIT II

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La finale è appena finita, il risultato è fissato sul tabellone elettronico. Una squadra ha vinto ed una ha perso.

Davanti a me vedo ragazzi che si abbracciano, distrutti dalla fatica e dalla tensione ma ebbri di gioia. Altri invece sono mesti, se non disperati; qualcuno piange .

Guardo le tribune e la scena si ripete: chi urla, chi sta in silenzio, chi salta, chi sta seduto immobile. Una squadra ha vinto ed una ha perso.

I secondi trascorrono al rallentatore, ed i miei occhi raccolgono tutto e trasmettono emozioni al mio animo, al mio cuore.

Ad un tratto non ce la faccio più, non riesco a controllare ciò che sento, sono in tilt emozionale; mi incammino verso il corridoio degli spogliatoi, lasciando tutto la confusione dietro di me.

Trovo quello della mia squadra ed entro, chiudendo la porta, e mi piazzo al centro; il sole mi colpisce in viso dall’alto dei finestroni. Attorno a me sulle panchine le borse ed i vestiti dei ragazzi, ma anche i loro forti odori.

Sento voci provenienti dal terreno di gioco, mentre io sto cercando di capire cosa sto vivendo. Il cuore mi batte in maniera regolare ma una valanga di emozioni stanno scendendo da me: gioia, rabbia, dolore, soddisfazione, disperazione. Tutte si accavalanno senza un ordine, senza un capo ed una coda, sovrapposte. Vengono da lontano, da storie intricate vecchie di anni e che trovano in quel momento soluzione e fine. Come se tutto formasse un cammino il cui arrivo è questo momento, questo istante..

Di colpo mi giro, urlo “SIIIIII” e sferro un pugno fortissimo al lettino dei massaggi, poi un altro, un altro ancora; con tutta la forza che ho, con tutta la potenza che posso avere.

Poi mi fermo, mi raddrizzo, allungo la schiena e mi rilasso. Chiudo gli occhi ed un sorriso mi appare sul viso: penso al momento in passato ho scelto di smettere di inseguire qualcosa,  ed adesso quel qualcosa l’ho ottenuto. E sorrido.

“Sapevo che ti avrei trovato qui Claudio”.

Apro gli occhi, mi giro e vedo Francesco sulla porta; restiamo in silenzio per alcuni secondi. Che abbia visto ciò che ho fatto? Spero di no, vorrei  far rimanere intimo quello sfogo.

“Devi tornare in campo… Dai”  mi dice.

“Checco… hai una sigaretta?”.

“Ma se non fumi?”.

“E’ vero… ma ce l’hai?”.

Capisce al volo cosa voglio fare e si illumina; come Red Aurbach ed i Boston Celtics, come Tanjevic e le sue Nazionali: la sigaretta post partita, quella che si gusta più di tutte le altre, quella che ha un sapore speciale.

Mi avvicino e ci abbracciamo con forza, lungamente, anche se siamo intrisi di sudore. Ci stacchiamo e poi Francesco mi dice: “Più tardi ti passo una sigaretta ma ora torniamo in campo; non lasciamo i ragazzi da soli”. Sento che ha ragione e quindi usciamo dallo spogliatoio.

E poi come due bambini corriamo verso il campo.

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